Hair- la rivoluzione nei capelli

In der Mitte: Catherine Chikosi (Linda); Ensemble | Foto: Honkphoto

 

Hair – The American Tribal Love/Rock Musical è un musical statunitense che ebbe la sua prima a Broadway, al New York Biltmore Theatre il 29 Aprile 1968 e che, finora, vanta il primato di essere uno dei musical più rappresentati a livello mondiale.  La prima della versione tedesca avvenne lo stesso anno, il 24 ottobre 1968 a Monaco.

E proprio il 24 ottobre, ma 2020, stavolta, è stata la prima della messa in scena presso lo Staatstheater di Saabrücken, sotto la direzione musicale di Achim Schneider e la regia di Maximilian von Mayenburg.

Schneider, saarlandese doc, vanta una grande esperienza nel campo del musical: è stato, finora, direttore musicale, tra l’altro, di musical come “Black Rider”, “The Rocky Horror Show” e “Hairspray”. La sua conoscenza musicale si completa anche con diversi stili musicali dal latino-americano al jazz.

Von Mayenburg, bavarese, dopo lo studio a Berlino, ha lavorato come assistente per Jürgen Flimm, Katharina Wagner e Stefan Herheim.  Finora attivo nel campo regia per opere, Hair rappresenta il suo primo Musical. L’idea nacque, come ha anche ricordato Bodo Busse, da un incontro nel 2019: Busse e von Mayenburg volevano creare una versione di Hair che riflettesse le sfide della società odierna. Nel 2019 i temi come COVID-19 e Black Lives Matter, non erano ancora presenti, per cui la versione si è trovata in continua evoluzione e rivisitazione in modo da riflettere, a tutti gli effetti la situazione contemporanea.

Gerome Ragni e James Rado pensavano, inizialmente di creare un pezzo puramente recitativo, vista la precedente carriera teatrale. Tuttavia, l’evoluzione teatrale, nonché l’affermarsi della generazione hippie, portarono i due a trasformare “Hair “in una sorte di documentario specchio dei tempi: l’insicurezza dei giovani, la loro protesta, la negazione del tradizionale, la curiosità religiosa, la ricerca di un misticismo chiarificatore, la tendenza filosofica nonché la provocazione.

Provocazione, questa è parola chiave di questa messa in scena: non si accettano le limitazioni imposte, o meglio si vivono le limitazioni imposte. La scenografia (curata da Tanja Hofmann) che accoglie lo spettatore è il caffè di Hud (Darrin Lamont Byrd): un luogo di (non) incontri. In effetti, chi entra nel caffè non si trova, lì, apparentemente, per incontrare qualcuno, bensì solo per prendere una bevanda, continuando a fissare, imperterrito, lo schermo di uno smartphone. I saluti sono fugaci: è una presenza/non presenza in cui Hud, è solo una figura indistinta che vive e lavora, senza suscitare troppa attenzione.

George Berger “Burger” (Jan-Philipp Rekeszus), attira l‘attenzione dei presenti, leggendo un articolo sulle nuove di comportamenti anti COVID. Tema principale è la distanza. Lui stesso, ma anche il resto, sembra completamente divertito e considera il tutto con una certa leggerezza, ingenuità. I media però (diversi schemi e proiezioni) rivelano che non è uno scherzo, che la nuova realtà, è, appunto una realtà. Come comportarsi allora? Il gruppo in scena si distanzia, separa i tavoli, ma rimane perplesso sull’attuale procedere. Cosa si può fare e cosa no?

Claude Hooper Bukowski (Benjamin Sommerfeld) parlando di sé, e raccontando la sua storia, presenta una versione satirico di Boris Johnson. Ironico che proprio un non-inglese (pur definendosi di Manchester, ha origini polacche) impersoni colui che promuove l’unicità del popolo inglese.

Nasce così, la necessità di liberarsi dalle restrizioni: via cellulari, via vestiti ingombranti e benvenuta era in sicurezza. Guanti, tute e mascherine diventano accessori indispensabili. Ma questi, eliminano la personalità e impongono, nella loro apparente neutralità un nuovo conformismo che crea altre ansie.

Incomincia, così. La ricerca di una nuova identità, di un nuovo mondo che dia sicurezza.

Brillante l’idea per il cambio scena dei costumi (curati da Ralph Zeger): a causa della chiusura dei parrucchieri tutti sono costretti a crescersi i capelli, a esplorare questa nuova identità. E così arrivano dall’alto costumi coloratissimi, diversi in stile e moda, che permettono, a tutti di cercare a trovare una nuova identità.

Lo stato però, non permette, tuttavia, un ritorno alla spensieratezza. Margaret Mead (Ingrid Peters), ricorda e controlla la distanza di sicurezza e ridicolizza il gruppo: i veri ribelli erano quelli degli anni 60, quelli che veramente hanno combattuto per le proprie idee, alla ricerca di un mondo più libero. La figura di quelli più maturi che, in qualsiasi epoca, deridono i giovani, vantando di essere quelli che, veramente hanno raggiunto qualcosa. Così i genitori sgridano i figli, chiedendo loro di diventare maturi.

Ma cosa significa, veramente, diventare maturi? Significa trovare un lavoro solo per lavorare e vivere una vita senza sapere in cosa credere? Oppure significa avere la capacità di guardarsi dentro, di capire a cosa si crede e cosa si vuole e agire di conseguenza?

Seguendo in maniera cieca le direttive dall’alto, gli errori non sono esclusi. Quando si commette un omicidio è più colpevole la forza militare o l’esploratore che penetra le culture ignorando le differenze culturali? La linea è così sottile, che è impossibile capirla.

Provocatorie e molto realistiche le esagerazioni satiriche di alcuni aspetti come la presentazione delle meringhe morbide ricoperte di cioccolato, conosciute come Mohrenköpfe/Negerküsse (teste di moro/baci di negro) e che, nel linguaggio moderno politicamente corretto di chiamano Schaumküsse, portati in scena da Hud travestito da Moro o dall’omino del Weißer Riese, il detersivo conosciuto per rendere tutto più bianco che non si può.

Magistrali, è l’unico termine, l’interpretazione delle canzoni, non solo di quelle simbolo di questo musical, come Aquarius o Let the Sunhine In, portate in scena dal cast : Claude Hooper Bukowski (Benjamin Sommerfeld); George Berger (Jan-Philipp Rekeszus); Neil »Woof« Donovan (Simon Staiger) Hud (Darrin Lamont Byrd), Sheila Franklin (Sybille Lambrich), Jeanie (Carolina Walker), Dionne (Judith Lefeber), Crissy (Nina Links), Margaret Mead (Ingrid Peters), Ron  (Carlo Schiavone), Walter (Julian Schier), Paul (Chadi Yakoub), Linda (Catherine Chikosi), Suzannah (Maureen Mac Gillavry), Mary (Jennifer Mai).

Le coreografie di Eleonora Talamini, coadiuvata dal Dance Captain Carlo Schiavone, un capolavoro in tutta sicurezza, sempre con il mantenimento della distanza di sicurezza di 1,5 metri. Una sfida accettata e risolta in maniera perfetta, senza ledere al pezzo, anzi: la distanza è diventata un simbolo dell’effettiva distanza, anche emozionale, che sussiste e, spesso non viene nemmeno percepita.

La malleabilità di questo musicale, che non scade mai nel banale è una garanzia di successo e dovrebbe, diventare un punto di riflessione per capire in quale fase della propria vita critica ci si trovi.

L’incipit è stato dato: non esistono primedonne o protagonisti principali, non esiste una soluzione d’oro per tutti. Ognuno deve cercare di capire cosa rende la propria vita unica e vivibile.

 

 

Elisa Cutullè

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